Fratellanza Cristiana e Opere di Carità

Nell’antichità, anche pagana, non erano misconosciuti i doveri e l’ufficio dell’ospitalità, che rappresentava una specie di cosa sacra, protetta dagli dèi.
Ma con l’osservanza del comandamento «nuovo» (amate il prossimo, amate il nemico, osservate un amore vicendevole) sul fondamento dell’essere tutti fratelli perché tutti figli di Dio, perché il Padre che sta nei cieli è Padre di tutti (Matteo, XXIII, 8-9) e attraverso altri ammonimenti di Gesù: « Ebbi fame e mi avete dato da mangiare… Ero ammalato e mi avete visitato»… (Matteo, XXV, 35-36), il principio della ospitalità e della compassione verso gli infelici, acquistò un nuovo impulso col diffondersi del messaggio evangelico, e fu allora che nella cerchia della primitiva comunità cristiana in Gerusalemme si attuò l’ideale della perfetta comunione di beni (Atti degli Apostoli, IV, 32-37).

Del resto gli Apostoli, preoccupati del loro, si può dire, esclusivo impegno della evangelizzazione («Andate e predicate a tutte le genti») delegarono alcuni fedeli di irreprensibile condotta — i diaconi — per l’ufficio dell’assistenza ai poveri e alle vedove (Atti, VI, 2-6).

E più tardi nei loro viaggi « missionari » gli apostoli raccoglievano « fondi » che, convogliati al centro di raccolta di Gerusalemme, servissero per il sostentamento delle vedove e dei poveri.

Nel terzo secolo poi viene accusato a Roma il diacono Lorenzo, incaricato appunto della distribuzione delle elemosine, il quale, costretto a rivelare i tesori di cui lo si riteneva depositario, prima di subire il tremendo martirio della graticola, indicò la folla di vecchi, di ciechi, di mendicanti, di lebbrosi, di orfani dei rioni romani, esclamando: Ecco i tesori della Chiesa!

Sarebbe interessante, ma fuori luogo in questo succinto excursus, potere illustrare, in ordine ai sentimenti di fratellanza e di assistenza caritativa, le testimonianze da parte di Padri e di scrittori latini cristiani, per ci limiteremo soltanto ad alcune citazioni: Tertulliano (Apologeticum, ed. H. Hoppe, Vindobonae – Lipsiae, 1939, p. 93: XXXIX, 8-9); S. Girolamo che loda Fabiola per avere venduto le sue vistose ricchezze per fondare un « Nosocomio » e Pammachio per avere costruito nel 398 lo « Xenodochio » nel Porto di Roma in una località dell’Isola Sacra, primordiali concezioni di ricoveri ospedalieri (Epistulae, ed. I. Hilberg, Vindobonae – Lipsiae, pars II, 1912, p. 43, 47: LXXVII, 6, 10; pars I, 1910, p. 661: LXVI, 11); Lattanzio (Institutiones, ed. Michael Thomasius, Antverpiae, 1570, p. 272: V, 6); Minucio Felice (Octavius, ed. J. P. Waltzing, Lipsiae, Teubner, 1912, p. 55: XXXI, 8); S. Cipriano, vescovo e martire che loda Candida e Numeria per la loro assistenza ai confessori della fede (Epistula XXI, 2, con richiami a Ep. V, VII, XI, XX, ed L. Bayard, Paris, Les belles lettres, 1925, tome I); S. Giustino martire, che informa come nelle cerimonie festive si facesse la questua per gli ammalati e i viandanti, ai quali la comunità cristiana offriva ospitalità (Florilegium patristicum, ed. G. Rauschen, fase. Il, Bonnae, 1911, p. 109, 111: Apologia, I, 67); attraverso S. Agostino sappiamo che la fraternità si stabilì nelle opere di carità: l’assistenza agli uomini era riservata ai diaconi, mentre alle diaconesse erano affidate le donne; i diaconi delle varie regioni e le diaconesse muovevano ogni giorno alla ricerca degli infortunati e ne informavamo il vescovo, che, accompagnato da un sacerdote, visitava i malati e i bisognosi, mentre si sa che S. Agostino aveva l’abitudine di far sedere alla sua mensa i malati e i poveri (P. De Angelis, L’Arciconfraternita ospitaliera di S. Spirito in Saxia, Roma, 1950, p. 18).

E S. Benedetto nella sua « Regula » (cap. 53) così dispone: « Tutti gli ospiti che sopraggiungono siano ricevuti come Cristo, perché Egli disse: — Fui ospite e mi accoglieste —. A tutti si renda il conveniente onore, specialmente poi a quanti ci sono familiari e ai pellegrini… I poveri e i pellegrini siano accolti con particolari cure e attenzioni, perché specialmente in loro si riceve Cristo ».

Pertanto l’assistenza agli infermi, che nei monasteri benedettini costituiva un impegno normativo, ottenne un incremento e una regolamentazione specifica con la istituzione, nei monasteri stessi, delle farmacie, delle farmacopee e delle spezierie, perché in alcuni monasteri lo studio della medicina, sulla base di antichi testi, divenne obbligatorio per i monaci. Mette bene in luce questa particolare operosità monastica una recente pubblicazione, per il centenario dei Cistercensi, da parte del P. Priore Placido Caputo e del Dott. D. Torre, sulla « Assistenza ospedaliera e farmaceutica nell’Abbazia di Casamari, sec. XIII-XX», pubblicazione di importanza attuale perché la moderna « farmacologia va alla riscoperta dei vecchi preparati, basati sulle erbe medicinali, come i medicamenti naturali più efficaci e più consigliabili degli equivalenti prodotti di sintesi» (F. Reggiani, in Osservatore Romano, 22-23 ottobre 1973, pag. 5).

E il « Liber Pontificalis » sottolinea la liberalità dei papi a favore di ospedali e ospizi, mentre sorgevano, sotto gli auspici dei papi, le chiese nazionali, dove cioè si riunivano i cittadini di un determinato paese, verificandosi così la fondazione delle « Scholae Peregrinorum » a carattere nazionale, come furono quelle dei Franchi, dei Frisoni, dei Sassoni, dei Longobardi, degli Ungheresi, degli Abissini, degli Armeni, alcune delle quali si costituirono in ospizi e « collegi » (ed. L. Duchesne, Paris, 1955-57, Il p. 6 linea 21 e p. 36 N. 27).

Significativo fu il provvedimento di Sisto V, che nel 1587 fondò l’ospedale di S. Sisto per dare ricovero ai vecchi e agli accattoni, come è previsto nella Bolla « Quamvis infirma ». Successivamente altri papi (Alessandro VII nel 1655, Clemente IX, Clemente X) eressero altre istituzioni con l’intento anche di mettere i ricoverati in condizione di potersi industriare con qualche lavoretto remunerativo, come ad es. il « cordeggio per servitio delle galere, et altri vascelli di Civita Vecchia, che si può comodamente esercitare dalli stropiati, e da ciechi. Questo leverebbe l’ozio, che fa gl’huomini insolenti, e maligni ».

Fu preso in attenta considerazione lo stato dei giovanetti privi di cure e di educazione da parte dei parenti, oppure orfani, nonché delle povere zitelle e delle donne povere, maritate o vedove, provvedendosi attraverso la fondazione di alcuni « Conservatori », e cioè di S. Eufemia, di S. Croce delle Filippine, della Divina Provvidenza, dei SS. Quattro, di S. Caterina della Rota, della Immacolata Concezione, delle Convittrici del Bambino Gesù, ecc., sostenuti da cardinali e da prìncipi, mentre per supplire alle carenze di tali istituzioni, era destinato l’Ospizio di Santa Galla.

Dette istituzioni pertanto non solo assolvevano il compito di offrire ricovero e assistenza, ma si prefiggevano lo scopo, attraverso le « arti della seta e della lana », di mettere gli assistiti in condizione di apprendere un mestiere che permettesse loro di poter poi guadagnarsi onestamente la vita (cfr. Codex Vaticanus latinus 13422 p. 555-576).