Sviluppo della Confraternita di Santo Spirito

Con la Bolla «Inter opera pietatis » del 19 giugno 1204 (Bullarium romanum… Augustae Taurinorum, voi. Ili, 1858, p. 189 N. 40) Innocenzo III affida la direzione della Casa Ospitaliera di S. Spirito (che poi prenderà il nome di Ospedale di S. Spirito) a Guido di Montpellier e ai suoi Frati, concedendo privilegi all’annessa chiesa di S. Maria in Sassia (cioè, come s’è detto, S. Spirito in Sassia), mentre, come s’è visto, a fianco della Casa Ospitaliera svolgeva la sua opera esistenziale la Confraternita di S. Spirito, secondo lo spirito e i criteri introdotti da Guido di Montpellier negli istituti di Francia.

La Confraternita iniziò la sua attività caritativa e religiosa, acquistando grande sviluppo ed importanza, cosicché è da mettersi in risalto la rinnovazione disposta da Sisto IV, che alla Bolla del 25 marzo 1478, appose la propria firma, seguita da quella di ben 22 cardinali di Curia: quella entrata in massa di eminenze fu di grande esempio e dette impulso fiorente all’attività della Confraternita, che assunse un carattere internazionale, tanto che non mancarono di iscriversi re, regine, prìncipi, illustri personalità, nonché umili devoti, artigiani, lavoratori, donne, come è documentato dal « Liber Fraternitatis » prezioso appunto per i rari autografi (P. De Angelis, o. e, p. 69-74).

La vitalità pertanto della Confraternita andò sempre più crescendo con gli anni, tanto che con la Bolla del 19 marzo 1607, Paolo V rinnovò ed ampliò i  privilegi già concessile dai  predecessori  e  le dette facoltà di poter aggregare altre fondazioni, elevandola al grado e alla dignità di Arciconfraternita (P. De Angelis, o. e, p. 81).

Nel ripercorrere anche sommariamente lo svolgimento e le vicende dell’Arciconfraternita, che vanta circa otto secoli di storia, non si può non portare l’attenzione verso i generosi e impegnativi servizi dei Confratelli, che ebbero per un certo tempo anche l’amministrazione dell’Ospedale di S. Spirito, con l’obbligo di visitare gli infermi e di esercitare la carità verso i poveri ricoverati servendoli « per ciaschedun giorno all’ora che si dà loro da mangiare », per la quale funzione era muniti di «bavarole, zinali, coltelli, forcine e bicchieri», mentre però godevano di speciali privilegi, fra cui quello di poter liberare due carcerati: l’uno è per la seconda festa della Pentecoste, e l’altro per la Domenica più prossima a S. Antonio (Abate) che cade il 17 gennaio (« Costituzioni e Capitoli » dell’Arciconfraternita, 1636, p. 16, 41 nella edizione di Roma, Tip. G. Ciotola, 1885 e nella ristampa di Roma, 1945. L’originale manoscritto è conservato nell’Archivio dell’Arde, con in fine l’elenco di alcuni personaggi iscritti e molte firme autografe di iscritti in epoca più recente; un foglio reca la sottoscrizione autografa «Leo P.P. XIII » lì 2 ottobre 1878. – Cfr. P. Ds Angelis, o.c, p. 77, 84-85).

Ma i Confratelli, pur prestando la loro opera gratuitamente, tuttavia sottostavano a doveri di contribuzioni, perché erano tenuti a un’offerta annuale, se era nelle loro possibilità finanziarie, mentre i poveri erano iscritti gratuitamente e con Urbano V si ha la disposizione, emanata da Avignone il 1362, che all’atto dell’ingresso in seno al Sodalizio, si versasse la quota di 30 denari tornesi d’argento e un denaro ogni anno, a beneficio dei degenti nell’Ospedale, finché Eugenio IV nel 1446 ordina che gli ecclesiastici e i laici, che volessero ascriversi alla Confraternita, versassero tre fiorini d’oro e negli anni successivi un grosso all’anno, cioè un decimo del fiorino. E poiché il papa sottoscrisse con 200 ducati d’oro, promettendone 1.000 in seguito, anche i 12 cardinali di Curia si tassarono per 10 ducati ciascuno e di poi il doppio, mentre prelati e dignitari sottoscrivevano per tre ducati, e alcuni lasciano in eredità forti somme (P. De Angelis, o. e, p. 47, 51-52, 57-59, 141-142). Con le «Costituzioni»  (o. e, p. 40) era prescritto che ogni fratello doveva dare una lira, e le sorelle mezza lira al mese.

E il rievocare l’operosità generosa dei Confratelli, che li sospinse a seguire le esortazioni evangeliche, deve costituire motivo di imitazione e di emulazione, o almeno di ammirazione, perché non siano gettati nel dimenticatoio i loro sacrifici e le loro benemerenze.